Ho provato Endless OS 3.8.7 in una macchina virtuale, dopo diverse richieste. L'idea del progetto mi interessava molto: rendere disponibili applicazioni e contenuti anche a chi non ha una connessione continua. La prova però ha fatto emergere parecchi limiti nella configurazione che ho usato.

Vale per quella prova. Le prestazioni in virtualizzazione non si trasferiscono automaticamente a un computer reale né alle versioni successive.

L'idea: contenuti disponibili offline

Endless OS propone un ambiente semplice e una raccolta di contenuti precaricati. Il senso è poter consultare materiale e usare strumenti senza dover scaricare tutto nel momento in cui serve — che in molte parti del mondo è un problema vero.

Ho scelto l'immagine completa, oltre 16 GB, proprio per valutare questo aspetto. Esisteva anche una versione più essenziale.

Installazione e prima configurazione

Macchina virtuale con 80 GB di disco e 4 GB di RAM. Durante l'installazione ho scelto l'italiano, e ho trovato parti dell'interfaccia ancora in inglese.

Nella configurazione iniziale non mi sono piaciuti gli inviti a collegare account esterni e la presenza di componenti proprietari. È una mia preferenza sul controllo del sistema: la sola presenza di una schermata di accesso non dimostra che siano stati raccolti dati senza consenso, e non voglio far dire alla prova più di quello che ha visto.

Prestazioni: che cosa ho osservato

Con la configurazione iniziale persino cambiare risoluzione risultava scomodo. Ho alzato la memoria a 8 GB e assegnato sei core, ottenendo un miglioramento nella gestione dell'interfaccia.

Aprendo più applicazioni ho comunque avuto rallentamenti e arresti dei programmi. Sui giochi invece non me la sento di dire nulla: il mancato funzionamento poteva dipendere dall'ambiente virtualizzato, e senza una prova su hardware fisico attribuirlo alla distribuzione sarebbe scorretto.

Interfaccia, applicazioni e contenuti

Il desktop personalizzato mi ha ricordato l'organizzazione di un tablet. Può piacere a chi cerca un ambiente immediato; non è il modo in cui lavoro io.

Fra le icone ho trovato sia programmi sia collegamenti a siti o inviti a installare applicazioni. Quindi il numero di icone non corrisponde a quello dei programmi pronti all'uso offline, che era il punto della prova. E i contenuti erano soprattutto in inglese, che per il pubblico italiano è un limite serio.

Un sistema lontano dalle mie abitudini

Il punto decisivo è stato non poter gestire il sistema come una normale installazione Debian con APT. L'aspettativa era mia e sbagliata: la derivazione tecnica non porta con sé gli stessi strumenti di amministrazione.

Il risultato quindi è personale. Cercavo più libertà nel flusso di installazione, un desktop diverso e una buona reattività: nella versione provata non le ho trovate. L'obiettivo dei contenuti offline resta interessante, ma va valutato insieme alla lingua disponibile e al computer su cui lo vuoi usare.