L'informatica non riguarda solo computer e smartphone. Sta dentro la produzione musicale, la grafica, il lavoro a distanza e i servizi che organizzano le informazioni della nostra vita.
Ci ho pensato dopo una conversazione con degli amici. Mi sono accorto di quanto sia facile associare l'informatica ai dispositivi nuovi, lasciando sullo sfondo tutto quello che con quei dispositivi si fa.
Musica: produrre e distribuire sono due problemi
Ho parlato di LMMS, un programma con cui si crea musica con strumenti digitali. È l'esempio di come il software entri in un'attività che nessuno chiamerebbe informatica.
Comporre, lavorare con suoni campionati, organizzare una traccia: tutto accessibile da un computer. Questo allarga le possibilità e non sostituisce competenza musicale, interpretazione o il lavoro fra persone.
Ho una preferenza personale per l'estro dell'esecuzione dal vivo, e la dichiaro. Non è una classifica fra musica suonata e produzione digitale: sono pratiche che spesso si incontrano.
Cito anche iTunes per ragionare sulla distribuzione. Due cose da non confondere però: la storia dei negozi digitali e quella degli strumenti di produzione. E nessuna piattaforma ha da sola messo fine alla pirateria o inventato la musica al computer.
Grafica: strumenti accessibili, competenze ancora necessarie
Photoshop, GIMP, Illustrator, Scribus e Canva sono modi diversi di intervenire su immagini, impaginazione e comunicazione visiva. Li cito come esempi di un cambiamento, non come strumenti equivalenti.
Modelli e interfacce semplificate accelerano una parte delle operazioni. Scegliere una gerarchia leggibile, organizzare le informazioni e costruire un messaggio restano lavoro progettuale, e quello non si automatizza.
Ottenere un risultato in pochi clic non rende superflue le competenze del design: rende più facile produrre qualcosa che sembra finito.
Lavoro e libri: l'informatica dentro i processi
Durante la pandemia molte attività hanno ampliato il lavoro a distanza. Ho amici che lavorano da una città diversa da quella della loro azienda.
È un esempio vicino a me, non la descrizione di ogni professione. Moltissimi lavori richiedono presenza fisica, e anche quelli da remoto dipendono da organizzazione, strumenti e condizioni adeguate.
Vale anche per l'editoria: scrittura, revisione e impaginazione passano dal computer. Non cancella il lavoro umano e non elimina la carta nelle altre fasi. Mostra quanto il digitale sia dentro i processi, non solo nei prodotti.
Gli algoritmi influenzano quello che vediamo
Riprendo un tema discusso con Johnny Cannuccia: i sistemi che selezionano contenuti organizzano l'esperienza online di tutti.
Faccio l'esempio di una foto con un gelato al limone e di una pubblicità che arriva dopo. È illustrativo, non la ricostruzione del funzionamento di Instagram: una coincidenza non dimostra quali segnali siano stati usati.
E dire che una piattaforma «sa già che cosa vogliamo» è troppo. Quei sistemi fanno previsioni, sbagliano, e perseguono obiettivi commerciali che non sono i tuoi. La personalizzazione non è automaticamente innocua, né automaticamente manipolazione.
Open source e trasparenza: una possibilità da esercitare
Collego il software aperto alla possibilità di capirne il funzionamento. L'accesso al codice favorisce verifiche e discussione, ma leggere una presentazione non prova che un servizio tratti i dati in un certo modo.
Contano anche la versione in esecuzione, la configurazione e chi gestisce l'infrastruttura. Apertura del codice e tutela della riservatezza sono collegabili, non sinonimi.
Per orientarsi bisogna guardare al servizio concreto: dati richiesti, impostazioni disponibili, possibilità di esportazione, chiarezza delle informazioni.
Perché serve educazione digitale
Il punto che vorrei portare fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori è questo: capire l'informatica significa capire alcune condizioni della propria vita quotidiana.
Non serve diventare programmatori. Serve poter fare domande sensate su quello che usiamo: quali informazioni entrano, quali risultati escono, chi decide come presentarli.
È una competenza tecnica e insieme culturale. Ci permette di stare dentro le scelte digitali con un po' di autonomia, invece di oscillare fra entusiasmo e paura ogni volta che esce qualcosa di nuovo.