Con Ubuntu 24.04 LTS ho iniziato a mettere in discussione una scelta che accompagnava da anni il mio lavoro quotidiano. Il motivo principale riguarda l'installazione grafica dei pacchetti .deb locali: nell'esperienza iniziale della nuova versione, il percorso che mi aspettavo non era disponibile nell'App Center.
La mia critica nasce nel contesto del rilascio del 25 aprile 2024. Riguarda quella fase del prodotto e la direzione percepita delle scelte di Canonical, non una descrizione immutabile delle versioni successive di Ubuntu.
Perché avevo scelto Ubuntu
Per il mio utilizzo Ubuntu era un ambiente quasi pronto: installavo i pochi programmi necessari, sistemavo alcune preferenze e potevo lavorare. Questa immediatezza contava più della possibilità di configurare manualmente ogni componente.
L'ho sempre apprezzato come distribuzione derivata da Debian capace di offrire un'esperienza accessibile. Conoscevo gli strumenti di gestione dei pacchetti e mi trovavo bene con il suo ecosistema.
Il punto, quindi, non è che Ubuntu abbia improvvisamente smesso di funzionare. È che una parte dell'esperienza che consideravo fondamentale non corrispondeva più alle mie aspettative.
Non parto da un rifiuto di Snap
Nel video ribadisco una posizione che può sorprendere chi si aspetta una critica generale a Snap: il formato, come idea di distribuzione del software, non mi dispiace.
Rendere un'applicazione più semplice da trovare e installare può aiutare chi si avvicina a Linux. Apprezzo gli strumenti che riducono gli ostacoli, soprattutto quando permettono di mantenere un ambiente di lavoro riconoscibile.
La mia obiezione arriva quando percepisco che una strada viene favorita rendendone meno immediata un'altra. Vorrei che l'aggiunta di un formato ampliasse le possibilità dell'utente, senza peggiorare un percorso già importante per lui.
Il problema dei pacchetti .deb locali
Un pacchetto .deb scaricato dal sito di un produttore è diverso da un'applicazione selezionata nel catalogo dello store. Il problema che contesto riguarda l'apertura e l'installazione grafica di quel file locale.
Non significa che Ubuntu abbia eliminato APT o smesso di usare pacchetti Debian. Gli strumenti sottostanti restavano disponibili e si potevano adottare altri percorsi di installazione.
Il limite dell'App Center era discusso anche nella community ufficiale di Ubuntu prima del rilascio di Noble. Questa distinzione è importante per capire la mia protesta: criticavo l'esperienza predefinita, non l'impossibilità tecnica assoluta di installare un programma.
“Si risolve dal terminale” non risponde a tutta la critica
So che un utente esperto può installare un altro strumento o usare la riga di comando. Ma avevo scelto e consigliato Ubuntu anche per la facilità con cui permetteva di svolgere operazioni comuni.
Una persona può seguire una guida non recente, scaricare un pacchetto e trovarsi davanti a un comportamento diverso da quello descritto. Per lei il problema non scompare solo perché esiste una soluzione nota a chi conosce già il sistema.
La domanda che pongo è quindi di progettazione dell'esperienza: quale percorso viene offerto a chi arriva senza quelle conoscenze?
Novità tecniche e direzione del progetto
Nel video esprimo interesse anche per l'impiego di Rust e Flutter nell'ecosistema Ubuntu. Sono aspetti dello sviluppo che seguo con curiosità, ma non annullano le mie obiezioni sull'usabilità.
Un progetto può introdurre strumenti promettenti e compiere, nello stesso periodo, scelte che non mi convincono. Valutare entrambe le cose mi sembra più utile che considerare una distribuzione interamente buona o interamente sbagliata.
La riflessione si allarga al rapporto tra aziende, finanziamenti e progetti open source. Mi interessa che gli interessi commerciali non riducano il controllo dell'utente. Questo timore, però, non costituisce una prova che la specifica scelta dell'App Center sia stata imposta da un finanziatore esterno.
Cambiare distribuzione come scelta personale
Al momento del video decido di guardarmi intorno, restando orientato verso l'ecosistema Debian. Conosco quel mondo, ne apprezzo gli strumenti e voglio ritrovare un ambiente adatto al mio lavoro.
Non escludo di cambiare nuovamente idea in futuro. La mia scelta dipende da ciò che il sistema offre e da come mi permette di lavorare, non da un impegno permanente verso un marchio.
Il messaggio che voglio lasciare è questo: anche una funzione apparentemente piccola può incidere sulla fiducia costruita nel tempo. Quando una distribuzione non risponde più alle proprie priorità, provarne un'altra è un modo concreto di esercitare la libertà che apprezzo in Linux.