La presenza dell'intelligenza artificiale nei prodotti Microsoft può far pensare che l'azienda abbia conquistato l'intero settore. Parto da questa impressione per discuterla: integrazione, notorietà e distribuzione contano molto, ma non significano che gli altri progetti siano scomparsi.

La riflessione riguarda il modo in cui incontriamo questi strumenti e ne sentiamo parlare, non una classifica misurata di tutte le tecnologie disponibili.

Perché incontriamo così spesso Microsoft e Copilot

In questo periodo le funzioni di IA compaiono in un numero crescente di prodotti e servizi Microsoft. Copilot rende visibile l'investimento perché porta capacità generative dentro ambienti che molte persone usano già.

È un vantaggio di distribuzione: un servizio presente nel proprio flusso di lavoro può essere più facile da provare rispetto a uno strumento separato, che bisogna prima cercare e imparare.

Questo non dimostra che ogni integrazione sia utile allo stesso modo o che la tecnologia sottostante sia sempre migliore delle alternative. La comodità di accesso e la qualità del risultato sono aspetti da valutare separatamente.

Microsoft e OpenAI: una partnership, non un'acquisizione

Si sente ripetere spesso che Microsoft abbia acquisito la maggior parte di OpenAI. È una semplificazione da correggere.

L'annuncio congiunto del gennaio 2023 riguarda l'estensione di una partnership, con investimenti e collaborazione sull'infrastruttura e sui prodotti. Non autorizza a descrivere OpenAI come una semplice società controllata da Microsoft, né a identificare ChatGPT con un prodotto sviluppato integralmente dall'azienda di Redmond.

Il legame aiuta a comprendere alcune integrazioni, ma aziende, modelli e applicazioni non diventano per questo la stessa cosa. Per leggere correttamente la notizia occorre mantenere queste identità distinte.

ChatGPT ha reso il tema molto visibile, ma non ha inventato l'IA generativa

Una parte del vantaggio percepito dipende dalla notorietà acquisita da ChatGPT. È la mia interpretazione del modo in cui il tema entra nel dibattito pubblico: un nome conosciuto porta le persone a cercare altre notizie su quel prodotto.

Non significa che prima non esistessero modelli generativi o ricerca nel settore. La diffusione di un'interfaccia facilmente accessibile è un passaggio diverso dall'invenzione dell'intera tecnologia.

Anche dire che “tutti” conoscono un servizio è un'espressione enfatica, non il risultato di un'indagine sulla popolazione. Per misurare notorietà o quote di mercato servirebbero dati specifici.

Google, Adobe e le alternative che continuano a svilupparsi

Il punto è proprio che gli altri non siano spariti. Google con i nomi Bard e Gemini, le funzioni legate a YouTube e gli strumenti creativi di Adobe mostrano che la ricerca e l'integrazione procedono in più ambienti.

La minore presenza di un nome nelle notizie che leggiamo non dimostra che il progetto abbia meno capacità. Può dipendere dal tipo di pubblico, dal prodotto, dalla disponibilità della funzione e dal modo in cui viene comunicata.

Questi esempi non sono un confronto tecnico controllato tra modelli. Servono a mettere in dubbio l'idea di un monopolio già compiuto, non a stabilire quale azienda vinca ogni possibile prova.

Canva: perché la comodità pesa nella scelta

Canva è l'esempio migliore per parlare di flusso di lavoro. Mi interessa la possibilità di trovare più strumenti creativi nello stesso ambiente e ridurre i passaggi necessari per costruire un contenuto.

Il fatto che una funzione sia comoda può favorire l'abitudine, il passaparola e la scelta di un servizio. Non dimostra però che Canva sia arrivato prima di chiunque altro in ogni ambito dell'IA, o che una suite alternativa non abbia capacità altrettanto utili.

Anche la raccomandazione di una persona fidata può spingere a provare uno strumento. È una possibile dinamica di adozione, non una legge secondo cui tutte le persone finiscono inevitabilmente per usare lo stesso prodotto.

Le API spiegano una parte della moltiplicazione dei servizi

Vale la pena aprire una parentesi sulle API: interfacce attraverso le quali un'applicazione può richiedere una funzione a un altro sistema. Permettono a un servizio di integrare un modello senza doverlo necessariamente addestrare da zero.

Di conseguenza, due applicazioni con nomi diversi possono usare tecnologie di base simili e costruire esperienze differenti attorno ad esse. Il valore può stare nell'interfaccia, nel contesto fornito, nelle integrazioni o nel modo in cui il risultato viene verificato.

Non tutti i servizi di IA funzionano così e non tutte le API offrono le stesse condizioni. Il punto è distinguere chi sviluppa il modello da chi realizza un prodotto che lo utilizza.

Il desiderio di poter costruire e sperimentare

La parte che mi interessa di più va oltre la disponibilità dell'applicazione del momento. Vorrei che più persone potessero comprendere questi sistemi, sperimentare e realizzare strumenti adatti alle proprie esigenze.

Un informatico può costruire una propria intelligenza artificiale, purché si mantenga il giusto ordine di grandezza: realizzare un'applicazione, adattare un modello disponibile o condurre un esperimento non equivale a riprodurre ChatGPT nella sua interezza.

Dati, capacità di calcolo, competenze, valutazione e manutenzione hanno un peso. Conoscere un principio tecnico non rende automaticamente accessibile la riproduzione di un servizio complesso alla stessa scala.

Visibilità e dominio sono due conclusioni diverse

La mia risposta alla domanda iniziale è che la forte presenza di Microsoft non basta a dimostrare una conquista dell'intero mondo dell'IA. Quello che vedo è un intreccio di integrazione nei prodotti, partnership e attenzione del pubblico.

Per scegliere uno strumento partirei invece dal compito: che cosa deve fare, con quale qualità, quali dati richiede e quanto resta controllabile il risultato. È un criterio più utile del seguire soltanto il nome che compare più spesso nelle notizie.