Proteggere i propri dati e impedire che un'attività venga ricondotta a te sono due obiettivi diversi. Me ne sono accorto parlando con un amico: privacy e anonimato vengono confusi continuamente, e chiarire la differenza cambia gli strumenti che sceglierai.

Privacy: controllare l'esposizione delle informazioni

Posso comunicare col mio nome e volere lo stesso che un documento resti riservato. La privacy riguarda quali informazioni vengono raccolte, chi può accedervi e per farne che cosa.

L'anonimato riguarda invece la possibilità di collegare una persona a una certa attività. E non è una proprietà assoluta: la domanda giusta è «anonimo rispetto a chi, e in quale contesto». Si può pubblicare anonimamente un'informazione e renderne comunque pubblico il contenuto.

Le tracce non si riducono a un indicatore

L'immagine dell'impronta digitale rende l'idea, ma va precisata: il fingerprinting del browser è solo una parte del problema. Account, indirizzi di rete, contenuti pubblicati e abitudini contribuiscono tutti all'identificazione.

Quindi non esiste un numero da portare a zero per diventare «irrintracciabili». E nemmeno l'indirizzo IP, da solo, rivela a chiunque una posizione fisica precisa: anche questo è un mito comodo da entrambe le parti.

Quattro profili, come strumento didattico

Propongo una scala che va da chi non si è mai posto il problema a chi corre rischi concreti. Le etichette — utente comune, consapevole, attivista e «fantasma» — servono a distinguere obiettivi diversi. Non sono una classificazione tecnica, e soprattutto non sono una graduatoria del valore delle persone.

Per la maggior parte di noi il primo passo è capire meglio quali dati condividiamo, quali autorizzazioni concediamo e a quali servizi. Chi si trova in situazioni ad alto rischio ha bisogno di valutazioni specifiche, che nessuna lista di applicazioni può sostituire.

Nessuno strumento risolve tutto

Cambiare browser, usare una VPN o aprire una finestra in incognito non ti rende anonimo. La navigazione privata limita soprattutto le tracce che il browser conserva sul tuo computer; non rende invisibile l'attività alla rete o ai servizi con cui parli.

Quello che voglio è un uso più consapevole del digitale. Prima di cercare «l'app che protegge tutto» — che non esiste — conviene definire che cosa vuoi proteggere, e da chi. Poi si sceglie lo strumento, conoscendone i limiti.