Una luce comandata dal telefono o una caldaia che parte prima che tu arrivi sono comode. La domanda è che cosa sappiamo del loro funzionamento: quali dati raccolgono, da quali servizi dipendono, come vengono tenute sicure nel tempo.
La mia posizione sulla domotica parte da questa curiosità, non dalla voglia di dichiarare pericoloso ogni dispositivo connesso.
IoT e domotica non sono la stessa cosa
Internet of Things indica oggetti connessi capaci di raccogliere, scambiare o usare dati. La domotica è uno dei contesti in cui li incontri: sensori, luci, termostati, strumenti per la casa.
Non tutti gli impianti funzionano allo stesso modo. Alcuni servizi richiedono account e infrastrutture esterne, altri fanno certe cose in locale. E avere un'applicazione sul telefono non ti dice dove passano i dati né che cosa smette di funzionare quando cade la connessione.
Per questo preferisco discutere caratteristiche e dipendenze del singolo prodotto, invece di decidere che tutto ciò che si chiama «smart» sia utile o dannoso.
Il controllo del software è parte della domanda
Richiamo Richard Stallman, figura centrale del progetto GNU e del movimento del software libero, e le sue preoccupazioni sul controllo che i dispositivi esercitano sulle nostre attività.
Mi serve per aprire una domanda: quanto possiamo capire e governare una tecnologia che ci mettiamo in casa? L'autorità di una persona, però, non stabilisce la sicurezza di un prodotto.
La disponibilità del codice facilita analisi e modifiche. Non garantisce che qualcuno abbia verificato ogni componente né che non ci siano vulnerabilità. E anche un prodotto proprietario riceve analisi di sicurezza: codice chiuso non significa che i problemi si scoprano solo dopo l'incidente.
Il racconto della caldaia: uno spunto, non un caso documentato
Ricordo un articolo su un furto collegato alle abitudini rilevate da una caldaia intelligente. Non ho però fonte, produttore e documentazione dell'incidente.
Quindi non lo ripropongo come dimostrazione, e non aggiungo dettagli su risarcimenti o correzioni come se fossero accertati. Il dubbio che mi ha lasciato resta valido: un'automazione produce informazioni sulle tue abitudini.
Per valutarne il rischio bisogna sapere quali dati esistono, a chi arrivano, attraverso quale accesso e con quali protezioni. E intercettare traffico di rete non significa poterlo leggere: cifratura e configurazione cambiano completamente il problema.
La comodità va agganciata a una necessità
In questo periodo uso pochi dispositivi domotici e non sento il bisogno di comprarne altri. È una scelta legata alle mie esigenze e a quanto conosco i prodotti, non un criterio per tutte le famiglie.
Un'automazione può valere molto per chi deve gestire un impianto, migliorare l'accessibilità o risolvere un problema quotidiano preciso. La domanda utile è che cosa migliora davvero, e quale dipendenza ti porta in cambio.
Se una cosa che facevo senza servizi esterni adesso richiede account, connessione e manutenzione, voglio capire quel cambiamento prima di chiamarlo progresso.
Cinque domande prima di scegliere
Le indicazioni NIST per una casa connessa più sicura parlano di ricerca sul prodotto, protezione degli account, aggiornamenti e impostazioni di privacy. Tradotto in pratica:
- Quali dati servono alla funzione, e quali raccolte sono facoltative?
- Posso gestire accessi e autorizzazioni in modo comprensibile?
- Il produttore dice come arrivano gli aggiornamenti e per quanto tempo?
- Quali funzioni richiedono il cloud e quali restano locali?
- Posso disattivare quello che non uso e rimuovere i miei dati se cedo il dispositivo?
Le risposte cambiano fra prodotti apparentemente identici. E se un'informazione importante non si trova, quella lacuna fa parte della valutazione.
Provare prima di consigliare
Per certi strumenti lascio passare del tempo prima di parlarne. Con Trello e Notion ho fatto così: li ho usati per capire se fossero adatti alle mie attività, invece di portarli perché erano popolari.
Il metodo aiuta a giudicare utilità ed esperienza d'uso. Non equivale a un audit di sicurezza: usare un'applicazione per mesi non dimostra che codice e infrastruttura siano senza difetti.
La responsabilità che mi prendo è più precisa: dire che cosa ho provato, che cosa mi ha convinto, e che cosa non ho verificato. Una distinzione che conta soprattutto quando consiglio strumenti che entrano in casa di altre persone.
La domanda da portarsi a casa
Non mi basta che un dispositivo faccia qualcosa di impressionante in una demo. Voglio sapere se risolve un'esigenza, quali informazioni tratta e come potrò continuare a usarlo fra tre anni.
È il senso di tutto questo ragionamento: scegliere la comodità sapendo da che cosa dipende, senza scambiare una funzione interessante per una garanzia di sicurezza.